L’agricoltura intensiva non è la strada maestra per uno sviluppo sostenibile

Una nuova ricerca suggerisce che i risultati sociali ed ecologici di una maggiore intensificazione dell’agricoltura nei paesi a basso e medio reddito non sono così positivi come previsto.

Lo studio, condotto da ricercatori dell’Università dell’East Anglia (UEA) nel Regno Unito e dell’Università di Copenaghen in Danimarca, è il primo a connettere le attuali conoscenze su come l’intensificazione dell’agricoltura influenzi sia l’ambiente che il benessere umano in questi paesi.

Intensificare l’agricoltura come strategia sostenibile.

L’intensificazione sostenibile dell’agricoltura è vista da molti in campo scientifico e politico come una strategia di punta per aiutare a soddisfare gli impegni globali sociali ed ecologici – come porre fine alla fame e proteggere la biodiversità – come stabilito negli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite e l’accordo di Parigi sul clima.

Le evidenze sembrano dire di no!

Tuttavia, vi sono prove limitate sulle condizioni che supportano risultati sociali ed ecologici positivi. Nel tentativo di colmare questo divario di conoscenze, i ricercatori dell’Università East Anglia e di Copenhagen, in collaborazione con i loro colleghi in Scozia, Francia e Spagna, hanno condotto una revisione di 53 studi esistenti sul benessere umano e sugli esiti sull’ecosistema dell’intensificazione delle pratiche agricole.

Nel complesso, essi affermano che l’intensificazione dell’agricoltura – definita in generale come attività volte ad aumentare la produttività o la redditività di una data porzione di terreno agricolo – raramente porta a risultati simultaneamente positivi per l’ecosistema e per il benessere umano.

I risultati sono maggiormente negativi.

Pubblicando i risultati in Nature Sustainability, gli autori sostengono che l’intensificazione non può essere considerata come un semplice “progetto maestro” per ottenere risultati sociali ed ecologici positivi. Sebbene vi sia una considerevole speranza e aspettativa che l’intensificazione dell’agricoltura possa contribuire allo sviluppo sostenibile, rivelano che solo una minoranza di studi esistenti presenta prove a sostegno di questo approccio e che anche in questi rari casi all’apparenza vantaggiosi, tendono a mancare prove di effetti su punti cruciali relativi all’ecosistema, quali il contenimento dei corsi d’acqua e il ricambio dei nutrienti del suolo.

Il ricercatore capo della East Anglia, Adrian Martin, professore di scienze ambientali e sviluppo, ha dichiarato: “Abbiamo scarse prove per sostenere il peso delle aspettative che attualmente vediamo associate all’intensificazione dell’agricoltura, al contrario, troviamo che i risultati sono maggiormente negativi.

Risultati non del tutto entusiasmanti.

“Pochi dei casi esaminati forniscono prove del fatto che l’intensificazione dell’agricoltura stia contribuendo in modo benefico, come porre fine alla fame e raggiungere un uso sostenibile degli ecosistemi terrestri.”

“Se vogliamo ottenere un’intensificazione sostenibile dei terreni agricoli, abbiamo chiaramente bisogno di nuovi approcci, che devono comportare il mettere in pratica ciò che già sappiamo, ma anche lavorare per colmare alcune considerevoli lacune delle nostre conoscenze attuali”.

Queste le parole raccolte dagli studiosi impegnati nella ricerca.

Intensificazione e agricoltori nei paesi non ancora sviluppati.

I ricercatori hanno anche scoperto che è importante considerare come viene introdotta l’intensificazione, ad esempio se è iniziata dagli agricoltori o se invece sono forzati a metterla in pratica. Il cambiamento è spesso indotto o imposto a gruppi di popolazione più vulnerabili che di sovente non dispongono di denaro sufficiente per rendere queste tecniche efficaci e sicure. I piccoli proprietari dei casi studiati spesso lottano per passare dalla sussistenza all’agricoltura commerciale e le sfide in gioco non si riflettono attualmente in molte strategie di intensificazione.

La dott.ssa Laura Vang Rasmussen, dell’Università di Copenaghen, ha dichiarato: “Sebbene l’intensificazione agricola sia spesso considerata la spina dorsale della sicurezza alimentare, la realtà è che l’intensificazione spesso mina le condizioni che fondamentali per il sostegno a lungo termine e per una produzione alimentare stabile, compresa la biodiversità, la formazione del suolo e la regolazione delle acque.”

Diversità dell’impatto.

Un altro dato importante è che l’impatto sul benessere atteso da queste tecniche non è uniforme. In generale, si ha un miglioramento degli individui più abbienti a discapito di quelli più poveri.

Ad esempio, uno studio in Bangladesh ha dimostrato quanto la rapida diffusione della produzione di gamberetti d’acqua salata consenta agli investitori e ai grandi proprietari terrieri di ottenere maggiori profitti, mentre le persone più povere subiscono le conseguenze negative ambientali che influenzano la loro esistenza e i mezzi di sostentamento a lungo termine.

Inoltre, gli scienziati hanno messo in evidenza come i risultati vantaggiosi, sia ribadito rari, si verificano soprattutto in situazioni in cui l’intensificazione comporta un maggiore uso di fertilizzanti, irrigazione, semi e manodopera.

Conclusioni.

Il Prof. Martin ha infine osservato: “Queste sono lezioni importanti a cui i responsabili delle politiche e gli operatori del settore, devono rispondere contenendo le loro aspettative sui benefici dell’intensificazione agricola e ricercare invece pratiche migliori e alternative. I futuri sforzi di ricerca devono considerare in che modo la biodiversità e i servizi legati all’ecosistema, al di fuori della produzione alimentare, in particolare la tutela delle risorse naturali e culturali, nonché gli aspetti di benessere diversi dal reddito, possono essere incorporati nelle valutazioni dei risultati socio-ecologici dell’intensificazione agricola”.

Fonte: Laura Vang Rasmussen, Brendan Coolsaet, Adrian Martin, Ole Mertz, Unai Pascual, Esteve Corbera, Neil Dawson, Janet A. Fisher, Phil Franks, Casey M. Ryan. Social-ecological outcomes of agricultural intensificationNature Sustainability, 2018; 1 (6): 275 DOI: 10.1038/s41893-018-0070-8

 

 

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